Quando il CAI nacque, 150 anni fa, la montagna interessava poco o niente e il nascente club occupò uno spazio immenso, complice la moda del momento presso la classe dominante e l’indubbio prestigio dei primi soci. Il CAI non solo organizzava l’andare sui monti ma formava le guide ed i portatori, costruiva rifugi e bivacchi, creava centri di studio su tutto quello che riguardava le alte quote, pubblicava le prime guide ed i primi bollettini relativi all’argomento. Il CAI era un riferimento imprescindibile per l’ambiente alpino.

Adesso tutto è cambiato. Giustamente delle ben più qualificate istituzioni scientifiche seguono la ricerca, guide e portatori, giustamente, non devono più essere obbligatoriamente iscritti al CAI, professionisti di vario livello (GAE, accompagnatori di media montagna, titolati dai parchi, agriturismi, ad es.) organizzano, a fine di legittimo lucro, molte più uscite di quante ne organizzino le sezioni ed un ceto politico-professionale, spesso infiltrato da parassiti poco competenti, opera a tempo pieno per rastrellare i fondi pubblici relativi all’andare in montagna. Non credo che il CAI deva competere su questo terreno.

Partiamo con 150 anni di storia alle spalle il che significa, quanto meno, una rete di sezioni con alcune decine di migliaia di soci attivi, una rete di rifugi che sono dei potenziali presidi per la corretta fruizione della montagna, un numero, senza pari in altre associazioni, di preparati istruttori per le varie attività sociali, la più estesa rete nazionale di volontari (veri) per la manutenzione dei sentieri. Questo è il capitale con cui affrontare il futuro che ci attende. Dobbiamo, a parer mio, fare in maniera che le nostre attività smettano di essere percepite come dei servizi o dei “divertimenti in montagna” forniti sottocosto. Ci vorranno gli adeguati aggiustamenti per i più giovani, per chi si avvicina la sodalizio, ci vuole indubbiamente la prestazione retribuita in modo trasparente dei professionisti e rimborsi, altrettanto trasparenti, a chi spende del proprio denaro per il sodalizio ma dobbiamo sforzarci di improntare le nostre attività alla partecipazione. Nulla vieta che la partecipazione sia anche l’organizzare un evento tramite il web, che ci si scambi cartografia, dati, tracce in forma digitale, che si faccia difesa dell’ambiente tramite i social networks. Vado in montagna da oltre mezzo secolo e ovviamente mi rendo conto di aver dei valori, comportamenti e sensibilità diverse da chi ha vent’anni. Non ci sideve consolare per aver almeno fatto assaporare il mondo della montagna a chi ne ignorava l’esistenza; la nostra è un’associazione e senza partecipazione, senza socialità, un’associazione ha poco senso. Adesso come 150 anni fa.