Sto seguendo con attenzione i vari contributi alla discussione in merito al nostro domani e li trovo pertinenti e stimolanti, spesso riportano problemi già noti e discussi ma non risolti.  Mi sembra che per alcuni argomenti dovremmo decidere in fretta per non affrontare il futuro impreparati e con idee divergenti o confuse.  A dire il vero il futuro è già cominciato ma nei vent’anni passati, con l’avvento dell’era digitale, non abbiamo fatto in tempo ad assimilarlo del tutto. I nuovi adulti, quelli nati dopo il ’95, sono già sulla breccia  e già un nuovo futuro bussa alla porta.

Dopo il periodo esplorativo e scientifico, dopo le grandi scalate e le grandi conquiste in tutti gli angoli del mondo, dopo l’escursionismo e l’alpinismo di massa e la banalizzazione della montagna attrezzata a godimento turistico, dopo la rete organizzativa diffusa su tutto il territorio nazionale, quale ruolo associativo ci compete, consci della responsabilità che deriva dalla nostra storia e dai valori assimilati e proclamati col nostro modo di essere e di organizzarci?

Cito Mauro Corona quando si compiace ad affermare che ….“dopo la vetta c’è solo la discesa” …… Se per un alpinista è così allora è vero che il nostro alpinismo è la  “conquista dell’inutile”.  E se il CAI oggi è quello che è e non ambisce a volare alto, al di sopra della vetta, non ci resta che la discesa. Abbiamo consumato molte parole per definire il sentimento della vetta, per concludere che l’ascesi non finisce al culmine del monte ma è uno stimolo che ci spinge a  perseguire  mete più elevate che arricchiscono la nostra vita interiore.

Per un’associazione come la nostra, per gli scopi dichiarati nei documenti ufficiali,  il futuro non può essere che il volontariato che si esprime con la partecipazione attiva dei soci per la realizzazione dei fini statutari. Uno di questi, più che mai attuale è la tutela dell’ambiente montano. I grandi cambiamenti vanno colti sul nascere e cavalcati prima che si diffondano in maniera disordinata e incontrollabile. Purtroppo siamo  già in ritardo e il domani era già ieri. L’abbandono delle terre alte ed il mancato rispetto degli equilibri naturali sono colpevoli omissioni di una società che “progredisce” in maniera squilibrata.

L’inurbamento della gente di montagna è finito da tempo lasciando spesso borghi semi deserti, terreni e pascoli incolti, boschi abbandonati. Parte di questo “patrimonio” è stato preso in carico da immigrati dell’Est e dell’Albania dopo la caduta del Muro di Berlino (interessante a tal proposito la lettura del libro “la leggenda dei monti naviganti” di Paolo Rumiz). Oggi le migrazioni si ripropongono in maniera drammatica ed hanno una dimensione continentale. Mi chiedo: Il CAI è maturo per un volontariato solidale? E’ utopia pensare che Il Club Alpino possa essere il promotore o il catalizzatore di un processo di ripopolamento coordinato delle terre alte con insediamenti assistiti di gruppi di immigrati?

Come succede dopo calamità naturali o eventi catastrofici la solidarietà emerge spontanea. Lo sanno bene i nostri soci ex alpini ed i volontari del soccorso alpino. Siamo un’Associazione che può farsi ascoltare dagli organi governativi ed elaborare dei progetti di utilità sociale nel campo che ci compete. Può essere questo un possibile orientamento del volontariato nel CAI di domani ?