Non so se ho percorso i “gradini” motivazionali suggeriti da Roberto (CAI Torino) in uno dei suoi interventi, sta di fatto che, dopo 1 o 2 iscrizioni saltuarie negli anni '90, sono continuativamente socio CAI dal 2000. Inizialmente partecipavo ad escursioni, a corsi ed a gite poi, dal 2009, ho cominciato a collaborare con la commissione sentieri (non più di 10-15 giornate a pulire e segnare, a seconda degli anni) e a partecipare al gruppo di lettura. Solo in rarissimi casi sono stato alle riunioni di sezione (ne ricordo solo una, in effetti) un po' anche perché, fino allo scorso giugno, ho lavorato sempre in orario serale.

Tutto qui. Lo scrivo anche con la speranza che mi perdoniate le ingenuità e le eventuali gaffe presenti in questo contributo: conosco davvero poco la vita istituzionale della nostra associazione, conosco davvero poco il travaglio e la fatica fatta dai vari organismi, locali e centrali, per guidare il CAI in questi anni di profondi cambiamenti sociali e di drammatiche trasformazioni climatiche (a luglio, solo io rabbrividivo di spavento per il calore del sole?).

Martedì, alla riunione della commissione per organizzare un intervento sul sentiero del Papa (Giovanni, non Francesco), qualcuno ha accennato al Congresso di fine ottobre ed alla necessità di rilanciare la nostra associazione. E' scoppiato un putiferio: tutti avevano qualcosa da dire, da proporre, e c'era anche chi aveva La Soluzione e voleva che ce la mettessimo bene in testa. Insomma, è stato commovente l'amore che è venuto fuori per il nostro CAI ferito. Poi Dario ci ha mandato una mail suggerendo di guardare sul sito le relazioni e gli interventi sui temi del congresso. Ieri l'ho fatto.

Per prima cosa mi sono letto tutti gli interventi dei soci in questo gruppo di lavoro sul CAI di domani e ho sentito qualcosa del clima presente in commissione: un grande voglia di partecipare, di indicare temi, di fornire suggerimenti, esperienze, soluzioni. Si sentiva una grande competenza ed anche esperienza diretta del lavoro di sezioni e sottosezioni (e Leo ed Antonella – CAI Bolzaneto GE- ce lo dicono chiaramente, che queste “vivono dell'opera del volontariato”).

Uno tra i temi ricorrenti mi è parso quello delle fatiche e degli ostacoli (burocratici?) nel portare avanti le iniziative; sono i “lacci e lacciuoli” di cui parla Matteo (CAI Nuoro) che pensa un CAI di respiro Europeo (che bello!) e magari fatica ad organizzare una passeggiata nel Supramonte.

Ok, ma qui il nostro Presidente è pronto a tirarci le orecchie perché, davvero, non sono solo i ghiacciai ad essersi liquefatti ma anche la convivenza civile: attribuire ad altri la colpa delle proprie disattenzioni sta diventando uno sport sempre più praticato, anche sui sentieri. Quindi occorre tutelarsi, quindi occorre pazienza e competenza, ma anche snellire quanto è possibile.

Gli spunti sono tanti e qui non posso riprenderli anche perché vorrei fare riferimento agli altri due gruppi di lavoro.

Leggendo il primo, Volontariato nel CAI di oggi, all'inizio ho provato interesse per l'elenco di temi che ci si proponeva di approfondire, presto però mi ha invaso una sensazione di spaesamento: non riuscivo a trovare un collegamento con gli interventi letti in precedenza. Anzi, gli unici argomenti che venivano un po' sviluppati sembravano andare in direzione esattamente opposta, sia a questi interventi che allo stesso titolo del congresso, per come ingenuamente lo avevo, lo avevamo interpretato: definire meglio e sviluppare il ruolo e i compiti del volontariato per il rilancio del CAI.

Infatti la sensazione era quella che si stesse formulando una sorta di j'accuse, che si stesse istituendo un vero e proprio processo al volontariato. In primis se ne sottolineava il ruolo marginale, non prevalente, sancito anche a livello statutario, quindi ne venivano “evidenziati” (in modo assai generico, in verità) i costi e, pur riconoscendo l'attenuante dei vantaggi anche immateriali portati dal lavoro dei soci, si lasciava però intendere che da un confronto con un simile lavoro svolto da professionisti ne saremmo usciti con le ossa rotte.

L'altro gruppo di lavoro, quello su Associazionismo e servizi, apriva il suo contributo con una serie di osservazioni molto importanti sui cambiamenti sociali degli ultimi decenni e sul conseguente modificarsi sia dell'apparato normativo a cui la nostra istituzione deve adeguarsi, che del tipo di servizi richiesti al CAI. In verità su quest'ultimo aspetto sarebbe necessario un maggior approfondimento, così come sul lieve calo di iscritti che si ripete da tre anni. Il Presidente, nel suo editoriale di luglio, aveva sottolineato che cali simili sono presenti anche in altre associazioni; possiamo aggiungere che parliamo degli anni della più devastante crisi economica dal dopoguerra, e potrebbe bastare. Ma credo che la preoccupazione sia del Presidente che dei Gruppi di lavoro sia legittima e propositiva.

Mi pare invece che sia meno legittima e meno utilmente propositiva l'analisi sommaria dello stato di crisi all'interno del CAI rispetto alle soluzioni davvero radicali che vengono proposte. Spero si tratti solo di un'impressione dovuta ad ignoranza, al non aver partecipato (mea culpa) al lavoro dei vari organismi rappresentativi del CAI che forse da anni elaborano concordemente una soluzione in questo senso. Mi sembrerebbe singolare ma rispetterei il lavoro fatto da altri soci.

Nonostante questo, mi pare che la soluzione proposta sia davvero disperata, proprio da ultima spiaggia (ma siamo a questo punto?)!

Sì, perché propone di spezzare il CAI mettendo gran parte di quello che è stato fino ad oggi in una sorta di Bad Company, con tutti i problemi - materiali ed immateriali - affiancandogli una nuova Impresa Sociale che diventerebbe la Good Company, “in grado di svolgere un'azione efficiente e profittevole” (Treccani).

Sì, perché neanche accenna al drammatico conflitto di interessi tra un'Impresa che avrebbe come mission il trarre profitti dalla Montagna - sia pure, poi, utilizzandoli in modo “sociale”- ed un'Associazione che ha nella sua mission (spero) tutelare la Montagna - sia pure in modo aperto, dinamico - ma tutelandola davvero. E gli esempi di questo conflitto potrebbero essere infiniti: non bastano le buone intenzioni.

Detto questo, però, non mi sto facendo portavoce di “tattiche dilatorie”, giustamente criticate dal Presidente nella sua Relazione morale di Giugno. Può essere davvero venuto il momento di prendere delle decisioni, introdurre dei cambiamenti, sempre difficili, questi, per chi ha alle spalle 150 anni di gloriosa tradizione. Forse l'asprezza di alcune proposte va letta proprio in questo senso, di utile provocazione che smuova le coscienze e stimoli la partecipazione costruttiva.

Credo che cambiamenti, anche nell'assetto istituzionale del CAI, debbano essere presi in attenta considerazione. Certo andrebbero fatti partendo davvero da una rivisitazione dei propri valori fondanti e mettendo in conto la possibilità, ad esempio, che questi possano realizzarsi non con un'espansione ed uno stravolgimento delle proprie ragioni sociali ma, forse all'opposto, con una coraggiosa delimitazione dei propri ambiti di intervento. Questo eventualmente anche cedendo - sia pure temporaneamente o in altre forme ritenute più valide – parte delle proprie attività ad aziende meno ambiguamente profit e sulle quali mantenere una possibilità di controllo, non sulla gestione ma sulla progettazione (ad esempio con una sorta di gloden share qualora, in questa fase, vengano toccati punti valoriali fondanti).

Ma è solo un'ipotesi, indicativa del fatto che credo sia davvero legittimo ripensare a fondo gli strumenti organizzativi per realizzare i nostri valori.

Voglio leggere come una sana provocazione anche la proposta di rendere di fatto possibile l'attribuzione di “incarico professionale”, quindi retribuito, a soci che svolgano specifiche attività. Immagino possa essere un argomento scottante ma credo sia il caso di affrontarlo in modo “laico”, senza anatemi né preclusioni, partendo da un'idea chiara delle nostre finalità, dei nostri valori.

Concludo scusandomi per la lunghezza di questo intervento ed anche perché mi accorgo di aver usato più volte la parola “valori”: ne sono imbarazzato. So che è molto facile riempirsi la bocca di questo nobile termine, soprattutto per coprire un vuoto di contenuti.

Sì, forse è un segnale - per me e magari anche per il nostro Club – che è proprio da qui che si deve partire, che è arrivato il momento di lavorarci un po' sopra, ai “valori”, fare un “ripasso” di quello che davvero significano per noi oggi, senza rimandare soltanto a quanto scritto in Statuto, Regolamenti o altro.

Forse è il caso di rileggerlo insieme l'art 1 dello Statuto, ad esempio. Sarebbe davvero un segno di coraggiosa umiltà e di vero amore per la nostra associazione se tutte le sezioni e sottosezioni si prendessero una serata per discuterlo insieme, confrontando le differenti interpretazioni che se ne sono date e che se possono dare. Questo ci consentirebbe di costruirne poi una lettura sufficientemente condivisa, valida per noi, oggi.

Forse troveremmo anche nuove parole da dire a chi si avvicina per la prima volta al CAI, forse avremmo il lessico per far sentire che i nostri valori non sono retoriche frasi fatte, ripetute a memoria, ma qualcosa che dà senso e gusto all'esistenza.

Una rifondazione, forse, deve ripartire da qui, dalla prima pietra della nostra identità. E da qui, come al termine di una faticosa scalata, posare lo zaino e guardarci attorno, per esplorare insieme l'orizzonte del possibile, immaginando e costruendo il CAI di domani.

Val Cavallina, 27 settembre 2015