C’è un bel proverbio indiano che recita: Non ereditiamo il mondo dai nostri padri ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli. E utilizzando una altrettanto nota frase di Baden Powell, possiamo aggiungere che dobbiamo restituirlo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato.

Il senso di queste citazioni? Forse la sensazione che non sarà più così. Consumiamo benessere più di quanto ne produciamo. Per quanto ci riguarda è in atto un assalto alle montagne, alla loro bellezza e maestosità, al fascino dell’ignoto e dell’avventura, ai silenzi ed ai suoni della Natura, che ci trova inesorabilmente perdenti. E con la perdita di sensazioni emotive ed affascinanti vengono meno anche i valori di riferimento del nostro essere alpinisti ed escursionisti: la libertà, la gioia, l’amicizia, l’altruismo, il rispetto, anche la fatica e la paura.

Che sarà il CAI di domani? Chi ha avuto modo, come molti di noi, nella condizione di cittadino, di conoscere e frequentare le montagne in tempi più tranquilli, ha apprezzato e goduto l’eredità lasciataci (restituitaci?) da leggendari alpinisti ed esploratori. Ha assimilato storia, cultura, tradizioni ma ha anche capito che le condizioni di chi in montagna doveva vivere non potevano rimanere a lungo senza progresso. La risposta è stata il turismo di massa, la montagna per tutti. Per i duri e puri è stata una profanazione. Come se comizi elettorali e pubblicità commerciale venissero introdotti in chiesa.

L’imminente Congresso di Firenze ha per tema quale volontariato nei CAI i domani. L’evoluzione (o l’involuzione) di questo settore caratterizzato dal senso di appartenenza e di solidarietà che il volontariato impone è strettamente correlato con il futuro dell’Associazionismo e quindi anche del nostro Club Alpino. Il volontariato è uno stile di vita, una libera scelta di agire per quanto possibile per il bene comune. Singolo o di gruppo, è mosso da grandi passioni, grandi ideali, anche da grandi ambizioni. Le motivazioni sono quindi molteplici, nel nostro caso la passione per la montagna che, come da Statuto, va frequentata, conosciuta e protetta.

Il volontariato è un servizio che richiede tempo e non prevede ricompense materiali. Il suo lato debole è la strumentalizzazione che alcuni, singoli o raggruppati, ne fanno per raggiungere posizioni di prestigio e/o di potere. La purezza del suo impegno è misurabile nel grado di solidarietà che riesce a costruire, richiede quindi persone che crescono e si maturano in un contesto di orientamenti da condividere e salvaguardare. Una sezione vivace ha certamente i presupposti per realizzare una comunità d’intenti e spazi di impegno personale, purché ci siano entusiasmo, competenza e, come già accennato, tempo.

Nel nostro sodalizio e nelle nostre sezioni transitano persone diverse per estrazione, età e cultura; cittadini, gente di pianura e di montagna, atleti e paciocconi. La maggior parte pensa di trarne vantaggi o comunque di trovare un ambiente accogliente e rassicurante. Ci sono poi quelli dalle ardite imprese ed infine lo scheletro portante, quelli che fanno del CAI il luogo privilegiato dove si insegna ad affrontare ed apprezzare la montagna con il rispetto e la gratitudine che le competono.

In qualità di socio, per lungo tempo attivo, non ho dubbi sul positivo ruolo svolto negli ultimi decenni dal CAI nel campo dell’accompagnamento, della conoscenza e della sicurezza in montagna. L’aumentare di norme e di vincoli ha però favorito il nascere di una burocrazia che malamente può essere digerita in una Associazione di volontari. Anche i rapporti fra persone entrano talvolta in conflitto per comportamenti imposti da regole di tutela e salvaguardia di ruoli e responsabilità.

Giunge qui opportuno un richiamo alla funzione formativa del CAI, che può realizzarsi compiutamente in un terreno fertile di occasioni quale è la frequentazione della montagna. Fin dal 2008 abbiamo avuto modo di sollecitare in queste pagine ed al congresso di Predazzo una particolare attenzione verso i giovani adulti (i soci di età compresa fra i 18 e 25 anni) che attualmente e stabilmente sono solo il 5% del totale. La caratteristica di questa età non è solo costituita dalla la ricerca delle proprie capacità e dei propri limiti ma è anche densa di ricchezza emozionale che sa far emergere la propensione a legami di amicizia e di spirito di servizio per obiettivi concreti, per qualcosa che vale.

È giunto il momento, ma questo è un momento che ciclicamente ritorna, di restituire ai nostri figli una montagna vera e far loro apprezzare, laddove sia ancora possibile, ciò che di meglio abbiamo potuto sperimentare in tempi ormai remoti? Certamente lo è purché si metta decisamente fine al consumo speculativo del territorio e delle tradizioni. È tempo di educare i soci ai contenuti del nostro Bidecalogo e di seriamente e concretamente affrontare gli obiettivi della Charta di Verona. Al Congresso del 2008 a Predazzo, lo scrittore Paolo Rumiz ci aveva riproposto il ruolo di “Sentinelle dell’Alpe” indicandoci così una strada di sorveglianza del territorio montano per impedirne deturpazioni paesaggistiche, culturali e sociali.

Quanto fin qui esposto può essere perseguito da un’organizzazione di volontari ed avere un peso non indifferente nelle decisioni istituzionali e nelle abitudini dei frequentatori della montagna. Esiste però il pericolo di cavalcare un’utopia; in montagna anche si abita e le tentazioni di un progresso meramente speculativo a scapito del territorio trovano facile seguito come già l’esperienza urbana e sulle coste ha dimostrato. Siamo ancora in tempo per immaginare un’economia di montagna a misura d’uomo, rispettosa dell’ambiente, della qualità della vita e dei rapporti sociali. Ma questo è un lavoro da professionisti?

Claudio Mitri (testo pubblicato come editoriale di Alpinismo triestino n. 151)