Il Cai e il volontariato

 

 

Il Cai nei mesi scorsi era stato chiamato a discutere un documento,"Il Cai di domani", che avrebbe dovuto tracciare i nuovi indirizzi organizzativi e non solo del nostro sodalizio. Il documento, elaborato da una apposita commissione, aveva suscitato discussioni e anche critiche. Anche la Sezione di Reggio Emilia e il Gruppo regionale delle'Emilia-Romagna (come altri GR) si erano espressi in merito al documento, sollevando diverse critiche. Avevo espresso la mia opinione in un articolo sul giornale della nostra Sezione (Il Cusna, marzo 2015). Sintetizzando, la mia opinione era èd è, questa: il Cai di domani dovrà essere del tutto diverso dal Cai di oggi.

Il documento, elaborato da una apposita commissione, aveva suscitato discussioni, riflessioni molto interessanti e anche critiche. Forse anche per questo il documento è stato accantonato e il Cai ha deciso di concentrare l'attenzione e la discussione sul prossimo Congresso Nazionale, di Firenze sul tema "Quale volontariato nel Cai del futuro". Tema particolarmente stimolante, che si collega strettamente a quanto avevo scritto, che partiva appunto dal ruolo del volontariato nel Cai. Anticipo subito che dicendo che il Cai di domani dovrà essere del tutto diverso dal Cai di oggi, intendo anche che non dovrà essere come lo prospetta l'attuale dirigenza centrale del Cai, così come sembra apparire sia nelle parole espresse dalla presidenza generale che nel documento preparatorio del Gruppo di lavoro. Penso che il Congresso di Firenze debba valorizzare la figura dei volontari, non metterla in discussione, debba agevolarla e non contrastarla, debba salvaguardare il patrimonio del volontariato del Cai e non sostituirlo al professionismo. Il Cai deve modernizzarsi, certamente, ma rimanendo se stesso. Se è ancora vivo e attivo dopo 152 anni un motivo ci sarà.

Penso che il Cai, se vuole essere una associazione moderna, al passo con i tempi, vicino ai soci e specialmente a quelli giovani, deve ritornare ad essere il Cai di ieri, un associazione di appassionati di montagna, di persone generose che si impegnano per il bene della montagna, di volontari che in maniera disinteressata dedicano il loro tempo libero agli altri, di amici, specialmente, e non di burocrati attenti solo agli statuti, ai regolamenti, alla burocrazia ossessionante che sta caratterizzando il Cai di oggi e che sembrano del tutto indifferenti alla voglia di partecipazione che ancora potrebbe avvicinare tante persone al nostro sodalizio. Può sembrare un paradosso, ma io credo che il Cai possa ancora crescere e avere un ruolo importante per la montagna se saprà reinterpretare il senso della sua storia, dello spirito che lo ha animato in oltre 152 anni di vita, del ruolo straordinario che hanno avuto le Sezioni e le migliaia di soci che - senza pretendere niente - si sono sempre impegnati nel Cai. La modernità del Cai sta in questo: nella sua secolare articolazione territoriale e nella passione dei soci.

Dopo aver partecipato all'Assemblea dei Delegati di San Remo e aver sentito la relazione del presidente generale Martini, che ha ripreso in parte il suo editoriale di Montagne 360 di giugno, sono ancora più convinto di quanto affermo (e sintetizzato anche nel mio intervento a San Remo). In sostanza: la direzione che dovrebbe prendere il Cai secondo l'attuale dirigenza, tratteggiata appunto dal presidente Martini, non mi piace affatto (e, devo dire, dalle reazioni positive al mio intervento di San Remo, non piace anche a molti delegati presenti all'Assemblea). Spero proprio che dal Congresso di Firenze escano indirizzi diversi.

Per entrare nel merito della discussione parto un po' da lontano. Uno degli interventi più significativi al Congresso di Firenze sarà quello di don Luigi Ciotti, che ha 70 anni, ma mi sembra ancora lucidissimo, e in grado di parlare ai cuori dei giovani. Interverrà anche il presidente del Club Alpino Tedesco, Joseph Klenner (67 anni, ma dalle foto molto aitante). Per preparare il Congresso sono stati selezionati tre gruppi di lavoro, coordinati da tre past-president del Cai: De Martin (71 anni), Bianchi (67 anni) e Salsa (68 anni). Il presidente generale Martini ha 69 anni. Io di anni ne ho 64 anni.

Cosa c'entra, direte voi, questa "tirata" sugli anni? A San Remo, dopo la relazione morale del presidente Martini, mi sono sentito un vecchio da buttare via. Non è stata una bella sensazione. Nella sua relazione a San Remo il presidente è sembrato voler addebitare anche all'età dei volontari del Cai un certo "appannamento" nelle varie attività del nostro sodalizio. Se i giovani non si avvicinano a noi, mi è sembrato di capire, lo si deve anche all'età a volte avanzata dei soci impegnati nelle Sezioni, degli istruttori, degli accompagnatori. Si è parlato anche della Legge Fornero, che spostando in avanti l'età pensionabile creerebbe un invecchiamento automatico dei soci attivi, in quanto si darebbe per scontato che solo i "pensionati" possano impegnarsi per il Cai. Io ho 64 anni, e grazie alla legge Fornero andrò in pensione a 67. Però la Fornero, credo, non mi ha fatto rimbecillire all'improvviso. Da alcuni si propone anche assurdamente un limite di età per chi è impegnato nell'alpinismo giovanile, quasi che solo insegnanti giovani siano idonei a rivolgersi agli studenti.

Qui occorre fare chiarezza su diversi punti. Innanzitutto se mi guardo in giro vedo molti dirigenti impegnati nelle Sezioni tutt'altro che vecchi o pensionati. Nella nostra Sezione degli ultimi 4 presidenti solo uno era pensionato (ma più giovane di tanti giovani). Gli altri sono stati e sono tra i 40 e 50 anni e tutti e tre liberi professionisti. Nel nostro consiglio c'è un solo pensionato (e non sono io): tutti gli altri consiglieri hanno un lavoro, anche impegnativo, e viaggiano quasi tutti sotto i 50 anni. Se guardo i dirigenti di altre Sezioni vedo molte situazioni simili. Mi viene da pensare che l'età media dei dirigenti sia un problema dei vertici del Cai, non delle Sezioni. E poi cosa c'entra l'età? Io sono entrato nel Consiglio direttivo della mia Sezione che ero studente, in un consiglio dove quasi tutti erano sotto i 30 anni. Mi sono impegnato in Sezione e non solo per più di 40 anni e avrei ancora voglia di fare qualcosa per il Cai, pur essendo una "vittima" della Fornero.

In tutti questi anni ho visto soci attivi in Sezione di tutte le età: quello che conta non è il dato anagrafico, ma la voglia di impegnarsi, le capacità, la disponibilità, le idee. Le parole del presidente Martini, ripeto, non mi hanno fatto piacere, anche perchè pronunciate da un presidente che è più vecchio di me. Ho poi pensato subito a quanti ragazzi si sono avvicinati all'alpinismo e all'escursionismo nella mia Sezione grazie ad un vecchietto dalla barba bianca che si chiamava Olinto Pincelli, affascinati dal suo modo di intendere la montagna.

Se invece vogliamo che i giovani si avvicinino al Cai e che i soci volontari riprendano entusiasmo per quello che fanno (indipendentemente dalla loro età), dobbiamo sburocratizzare la vita del Cai, l'unica associazione che alla oppressiva burocrazia esterna ne sovrappone una interna, del tutto illogica e cervellotica. La montagna è una palestra di libertà, e i giovani lo sanno; ma non si avvicinano certo ad una associazione dove l'unica missione sembra quella di creare regole e regolamenti, circolari e direttive (sempre più, tra l'altro, in contraddizione tra di loro).  E i soci volontari del Cai non sono stanchi perchè sono vecchi, ma perchè non ne possono più di svolgere la loro attività ingabbiati da regole che non capiscono, che quasi sempre sono assurde, e che vedono il loro impegno e la loro passione mortificati da una burocrazia asfissiante. Non possiamo dire che siccome i volontari calano è ora che ci affidiamo ai professionisti, mentre facciamo di tutto perchè i volontari si disamorino della vita sociale. La collaborazione con i professionisti della montagna può essere utilissima e stimolante, ma la storia del Cai è un'altra.

In sostanza per ripensare un Cai proiettato verso il domani e basato ancora sul volontariato, si deve rilanciare il ruolo centrale dei soci e delle Sezioni e dell'autonomia delle stesse. E cosa il Cai debba intendere per volontariato l'ha spiegato benissimo don Ciotti nella sua intervista rilasciata a Montagne 360. Speriamo la leggano anche i dirigenti del Cai.

 

Carlo Possa

Consigliere e delegato della Sezione di Reggio Emilia