E’ emerso da più parti che necessariamente l’immagine del CAI deve ammodernarsi non perdendo di vista i valori fondanti, la maggior parte dei quali riferibili ai primi articoli dello Statuto. Non si tratta di fare un’operazione esteriore di maquillage o di restyling, ma di capire esattamente cosa siamo diventati e dove vogliamo andare nel XXI secolo.

Due problematiiche stanno emergendo in modo inequivocabile e veloce:

  1. Tutela delle montagne e turismo sostenibile. Siamo certi fino in fondo che stiamo facendo il possibile per  proteggere le montagne da rapaci progetti sviluppisti e del “tutto subito che c’è bisogno di posti di lavoro"? Siamo sicuri di sapere utilizzare una comunicazione certa e chiara che faccia capire alle comunità dei territori che forse si tratta di un grande paradosso lo sviluppismo in montagna per fare crescita economica in una fase di recessione mondiale e italiana in particolare?
  2. I giovani nel CAI. Siamo certi che li vogliamo, anche a costo di fare un passo indietro e non imporre la nostra visione e la nostra esperienza? Cosa offriamo a loro? Per es., dei valori straordinari e inossidabili, che in una fase storica come questa sono la più grande eredità immateriale che si possa lasciare alle giovani generazioni. Sappiamo farlo?

In entrambi i casi, forse la proposta di domani è quella di partire dalla comunicazione.  Nell’epoca della ridondanza della comunicazione o del messaggio breve (e superficiale) la comunicazione forse è il primo dei problemi del CAI, anche per affrontare e tentare una soluzione dei problemi A e B.

Non proverò a essere facile, ma a essere chiara.

Premessa

 All’interno delle sezioni più virtuose sta prendendo sempre più corpo il problema della comunicazione, che non è soltanto il mezzo, lo strumento (il web, la rete e i social network). Che immagine infatti vogliamo dare della montagna e di noi che la frequentiamo con passione facendo tante attività? Oggi le sezioni riescono ad essere capaci detentrici delle tradizioni, della loro storia, grazie alle biblioteche, alle attività dei cori, ai libri che raccontano con foto e testimonianze il passato spesso “glorioso” della sezione. Ma il mondo sta andando da un’altra parte. Non sentiamo più la necessità di ricostruire e valorizzare l’aspetto “glorioso” del CAI poiché la sfera valoriale è cambiata, le generazioni sono cambiate e bisogna rispondere subito con chiarezza ai nuovi bisogni. Che sono anche nuovi simboli, una più efficace comunicazione in un linguaggio moderno e attuale di quel patrimonio, un nuovo punto di vista, una visione proiettata avanti e al futuro in cui identificarsi. Quel patrimonio sa ancora parlarci se a guardarlo sono occhi nuovi? Se è vero che il CAI deve “offrire oggi una cultura alternativa a quella dominante” e favorire una crescita culturale (che è anche spirituale, perché nel CAI non contano solo i muscoli), allora è necessario offrire alla sezioni gli attrezzi per farlo. Le idee le mette la sezione! Proposta impertinente: e se il CAI Centrale facesse un bando su questo tema e raccogliesse i dati in un data base e chiedesse a una commissione di selezionare le idee migliori e premiasse con un contributo finanziario la sezione (togliendo qualcosa alle spese di rappresentanza del CAI Centrale, per far passare un nuovo modello di etica associativa) che oltre a vincere, le mette in pratica per un anno? Sarebbe bello raccontarne i risultati in un altro convegno. Per il CAI di domani potrebbe essere un osservatorio permanente per almeno un triennio.

Simboli

 La cultura della montagna è anche simbolo: per es. può essere rappresentato dai sentieri di guerra, ma quella specifica realtà se non viene comunicata come esperienza diversa non viene più capita e viene percepita noiosa, scontata. La visione deve essere anche narrata, non solo vissuta come esperienza... solo così nutre l’anima.

Altro caso, quello della rivista Montagne360°. Dopo un lungo periodo di rodaggio la rivista ha preso quota, ha un posizionamento preciso e suscita autentico interesse. La bellezza delle foto è stata una scelta fondante. L’inserimento di brevi articoli che intendono offrire degli spunti critici o affrontare in modo inusuale diverse problematiche, accessibili nel linguaggio, chiare (che non vuol dire facili!), è ormai un punto di forza nel processo di rinnovamento  del mondo del CAI. E in questo bisogna insistere. Anzi, secondo me, tocca pigiare subito l’acceleratore del cambiamento! Anche e soprattutto per agganciare il mondo giovanile, che sente l’esigenza di una freschezza nella comunicazione, un’immediatezza che non significa banalità ma punti di vista nuovi, nuove vie e nuove strade. Avete mai visto la pubblicità dell’abbigliamento di montagna? Penso a Montura, che apre a grandi spazi e a uno stile di vita che è cercare la propria strada, ma anche a E9, l’abbigliamento dei giovani arrampicatori e amanti del boulder  che incarna uno spirito sfrontato e ironico. Mettiamo allora nella rivista non la pubblicità di queste marche (io per una questione di marketing  lascerei loro anche una mezza pagina gratuita!), ma lo spirito di questi marchi: avventura e capacità di inventarsi il proprio stile di vita e divertimento, articoli che diano una versione dadaista, anche un po’ umoristica del mondo della montagna. Il mondo più esilarante per particolari tic e ossessioni è spesso quello degli arrampicatori giovani; sarebbe divertente far loro da specchio in un articolo con foto (fatto tutto da loro se no si offendono).

Con i miei amici soci CAI ci siamo chiesti infatti perché i Festival sulla montagna godono ottima salute e siano da più parti un successo. Al Nord Trento film festival e i Suoni delle Dolomiti, al Sud il recente Festival della Montagna svolto all’Aquila. E’ esattamente la stessa formula sperimentata e collaudata per i festival della letteratura, della psicologia o del giornalismo. Moltissime presenze di pubblico attirano i festival, anche di quello che per la prima volta si avvicina alla montagna solo per curiosità, per vivere un’esperienza, un’emozione, un’atmosfera, fare un incontro o un selfi con il personaggio. Forse anche perché “fa fico” vestirsi in quel modo o mangiare tutti insieme sotto la tenda del campo base, sconosciuti e personaggi noti (a proposito si mangia bene e a poco prezzo, in questo congresso fiorentino i prezzi dei pasti non so a prova goiventu')! La fotografia, il film, la musica contemporanea, le arti, la poesia: tutti questi linguaggi concorrono a comunicare un’idea di montagna che segna il passo dei tempi moderni.

Ecco allora che la  proposta è quella che riguarda la formazione. C’è l’operatore naturalistico culturale. Ma manca nelle sezioni una figura tecnica che sia in grado di competere sul piano della Comunicazione e della Cultura, che trovi il linguaggio giusto, che abbia le chiavi per comunicare meglio e in modo più efficace, più originale. Che traduca quei valori antichi (e le nuove battaglie per la valorizzazione o la tutela del territorio montano in un presente prossimo in cui si chiede l'abolizione di SIC e ZPS) in modo differente da quello che è stato fatto fino ad ora, per fare breccia anche presso la stampa (i comunicati), presso le istituzioni (le proposte o le linee guida per dei progetti, anche di politica del territorio), presso la comunità che ci vive, presso i potenziali nuovi appassionati di montagne (giovani, soprattutto, ma anche generazioni meno giovani che sentono necessità di un rinnovamento, di ringiovanirsi....ma chi ha avuto l'idea di chiamare gli adulti con esperienza "seniores"?). Questa figura possiamo chiamarla Operatore della Comunicazione|Cultura? A indicare che le due cose distinte vanno a braccetto, sono due, non possono diventare una (o una dietro all’altra) ma si travasano l’una nell’altra restando distinte. Come  gocce d’olio nell’acqua. L’OCC dovrebbe essere il punto di raccordo e volano di tutte le attività del CAI, riuscendo a comunicarle con iniziative culturali nuove e magnetiche. Se è vero che l’uomo da sempre ricerca dentro e fuori di sé nuovi spazi, quello stesso uomo sente l’esigenza di creare nuovi linguaggi e un nuovo mondo di vedere il mondo. Anche il mondo del CAI.

Ines Millesimi CAI Rieti

Responsabile Comunicazione e Cultura (appunto!)