Da quando è iniziata la discussione propedeutica al prossimo Congresso CAI, ho iniziato a consultare il sito internet dedicato, per approfondire gli argomenti oggetto di discussione.

Fin da subito la mia attenzione si è concentrata sul Gruppo di Lavoro “Volontariato nel CAI di oggi”, in quanto mi ha colpito l’impostazione di ricerca che il gruppo medesimo si è dato, molto concreto e legato ad esplorare nella realtà e nei numeri che cos’è il CAI oggi.

D’altronde ciò è coerente con il mio modo di essere; per me è essenziale sapere dove si è e che cosa si è fatto, per decidere che tipo di strada successiva si deve e si vuole percorrere. Nelle settimane successive ho continuato a consultare il sito, nella speranza, come recita la relazione nella sua frase finale, di leggere i risultati delle analisi condotte.

Purtroppo ad oggi non è stato pubblicato nulla, per cui chi parteciperà al congresso probabilmente avrà la possibilità di accedere ai risultati di questa analisi (necessariamente sintetica, visto che per la relazione del gruppo  - nel programma dei due giorni “fiorentini” - è prevista mezz’ora) solo durante il congresso medesimo.  Peccato. Peccato perché la maggior parte di chi  ragionerà e discuterà su questo punto lo  farà inevitabilmente sulla base del proprio dato di esperienza, e non lo farà invece sulla base di dati di analisi letti, digeriti e meditati. Ora, non è che di per sé ragionare sul proprio dato di esperienza sia sbagliato, solo che si corre il rischio di cogliere la realtà del CAI in modo parziale.

E proprio per questo motivo mi astengo anch’io dal rappresentare che cos’è il CAI oggi: mi ritroverei a parlare di quello che vedo e vivo nella mia sezione (che non può essere rappresentativa, come non lo è qualsiasi sezione d’Italia), e di quello che ho visto in alcune riunione del Gruppo o dell’Assemblea dei Delegati Regionale. Sarebbe solo una “parte”, mentre in questa discussione serve - a mio avviso - poter ragionare sul tutto. Auspico quindi che a breve possa essere possibile leggere quest’analisi, e se questa arriverà contestualmente o dopo il Congresso, temo che il Congresso medesimo avrà perso un’occasione per ragionare compiutamente sul che cosa è oggi il CAI.

Aggiungo altre due piccole riflessioni:

Il documento di impostazione dell’analisi è molto approfondito, ma non vi ritrovo un elemento di analisi per me molto importante: qual è la percentuale dei soci CAI attivi e partecipi della vita del sodalizio rispetto alla totalità del corpo sociale? E questa percentuale è omogenea sul territorio, oppure ci sono delle differenze e, se si, di che tipo? E, proseguendo negli interrogativi, quanti dei soci attivi sono anche volontari? (un socio che partecipa ad un’escursione è sicuramente attivo e partecipe, ma non è un socio volontario).

Non saprei dare una risposta complessiva per tutto il CAI; facendo parte di una piccola sezione (200 iscritti) potrei rispondere, aiutato da qualcun altro del consiglio direttivo, in modo circostanziato e abbastanza preciso per la nostra sezione. Tutti questi elementi di analisi sono importanti, perché per ragionare sul “Volontariato nel CAI di domani” non è indifferente sapere quante sono le risorse umane che si mettono a disposizione. E ragionando sul CAI di domani, ha il suo peso essere consapevoli che la maggior parte del corpo sociale (60%?; 70?; 80%) non “vive” l’associazione (e quindi, pur condividendo gli ideali, probabilmente si aspetta dal CAI medesimo dei “servizi”, che prescindono dalla singola sezione).

La seconda riflessione: chi decide di impegnarsi per il CAI, e quindi di fare il volontario, lo fa - credo - per passione. E’ abbastanza probabile che questa passione non sia identica per tutti, nel senso che ad esempio io sono appassionato di montagna, di escursionismo e di alpinismo “semplice”, mentre mi attira di meno la speleologia, la tutela dell’ambiente o le escursioni naturalistiche. Voglio dire che non è che me ne frego se su un sentiero passa un mezzo motorizzato, o se progettano di deturpare un’area ad alto valore naturalistico. Voglio sottolineare il fatto che nel CAI cerco di fare e di portare avanti le attività che mi danno più soddisfazione. E’ naturale ed è normale che sia così. Una volta mi è stato chiesto di  rappresentare la Sezione durante un convegno, mentre gli altri erano impegnati nella manutenzione sentieri: l’ho fatto, perché era giusto farlo, ma per “passione” avrei preferito lavorare in “ambiente”.

Ritengo probabile che questo sentimento animi molti dei volontari CAI; questo però ha delle conseguenze pratiche sulla vita delle sezioni di non poco conto. Ogni sezione è una realtà a se, e quello che proverà a fare nel suo tessuto sociale dipenderà molto dalle “passioni” che animano i soci volontari di quella sezione. E’ quindi abbastanza probabile che ci saranno sezioni più orientate alla tutela dell’ambiente, altre di più sull’alpinismo giovanile, e così via. Le grandi  sezioni, con tutta probabilità, riusciranno a “coprire” tutte le varie attività ed interessi del Club Alpino. Come però ricorda la relazione del Gruppo di lavoro “ volontariato nel CAI di oggi”, il 55% dei soci è iscritta a piccole sezioni.

E, visto che il tema dell’organizzazione del CAI nell’ambito del congresso avrà la sua rilevanza, è fuorviante parlare di “sezione”, mentre è più corretto – a mio parere – prendere atto che ci sono tanti tipi di sezione, e che diventa difficile “immaginare” un “abito organizzativo” che vada bene per qualsiasi sezione.

Per concludere, e mettendo insieme queste due piccole riflessioni, quello che potrà essere il CAI di domani dipende da quante sono le forze che potrà mettere in campo (ovvero quanti sono i soci volontari), e quello che potrà fare dipenderà dalle variegate passioni che animano i soci volontari di quella sezione/territorio. Il mio suggerimento è quindi quello di tener presente questi due aspetti.