CLUB ALPINO ITALIANO

 REGIONE DEL VENETO


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VOLONTARIATO  NEL  CAI  DI  DOMANI

DOCUMENTO DEI PRESIDENTI DEL VENETO

Presidenti estensori
Gianni Frigo (Bassano del Grappa), Beppe Muraro (Cesare Battisti Verona), Diego Della Giustina (Conegliano), Giovanni Beato (Montecchio Maggiore), Angelo Soravia (Padova), Umberto Dalla Costa (Schio), Domenico Sagui Pascalin (Val di Zoldo)
Componenti CDR
Francesco Carrer, Renato Frigo, Enzo Galeone, Emilio Da Deppo,  Alessandro Farinazzo, Francesco Mogno, Roberto Paneghel, Alberto Perolo, Luigina Sartorati, Ugo Scortegagna, Bepi Cappelletto
Presidenti aderenti
Antonello Cibien (Agordo), Giuliano Orsetti (Arzignano), Antonio Paganin (Asiago), Massimo Casagrande (Auronzo di Cadore),Gianni Frigo (Bassano del Grappa), Sergio Chiappin (Belluno), Giuseppe Zanini (Bosco Chiesanuova), Alberto Carboni (Calalzo di Cadore), Antonella Pierbon (Camposampiero), Gabriella Bellenzier (Caprile), Paolo Baldassa (Castelfranco Veneto), Beppe Muraro (Cesare Battisti Verona), Marco Salvagno (Chioggia), Lorenzo Tognana (Cittadella), Diego Della Giustina (Conegliano), Lucio Marcon (Dolo), Luisella Deppi (Domegge di Cadore), Graziano Colpo (Dueville),Mirella Zancan (Este), Sandro Silvano (Fiume), Carlo Roncari (Legnago), Bruno De Michiel (Longarone), Robertto Rigo (Lonigo), Emilio Fabbro (Lorenzago di Cadore), Gianfranco Meneghello (Malo), Michele Torresan (Marostica), Francesco Abbruscato (Mestre), Marco Padoan (Mirano), Andrea Suar (Montebelluna), Giovanni Beato (Montecchio Maggiore), Adriano Buso (Motta di Livenza), Angelo Soravia (Padova), Umberto Giacomelli (Pieve di Cadore),  Sergio Soldan (Pieve di Soligo), Rosa Notdurfter (Ponte di Piave/Salgareda), Fabrizio Desio (Portogruaro), Maria Teresa Brazzon (Recoaro Terme), Alessandro Crivellaro (Rovigo), Gianni Fietta (San Bonifacio), Pietro Cisorio (San Pietro in Cariano), Sabrina Menegus (San Vito di Cadore), Manuel Piller Hoffer (Sappada), Umberto Dalla Costa (Schio), Fabio Furini (Trecenta), Roberto Piccoli (Tregnago), Sergio Mari Casoni (Treviso), Domenico Sagui Pascalin (Val di Zoldo), Giancarlo Zonta (Val Comelico), Enrico Soprana (Valdagno), Giulio Gidoni (Venezia), Emma Dal Pra (Vicenza), Giorgio Salvador (Vittorio Veneto)

“Il Club alpino italiano ha per scopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale” (art.1 Statuto).

Ciò che il CAI deve continuare ad essere

Una associazione libera e democratica a carattere nazionale, con un forte radicamento sul territorio.

Una associazione che si occupi di Montagna nel senso più ampio del termine:

  • diffondendo conoscenza, rispetto e cura dell’ambiente naturale e antropico;
  • educando alla frequentazione della montagna con il massimo della sicurezza possibile;
  • considerando l’andar per monti una scelta di libertà intesa anche come forma di consapevolezza dei propri limiti e assunzione di responsabilità sia verso i rischi che si possono incontrare che per la necessità di una adeguata preparazione tecnica e culturale.

Una associazione che per competenza e qualità degli interventi rimanga (magari recuperando quanto perso nel recente passato) un forte riferimento per le istituzioni, per i cittadini e per i soci sui temi legati alla montagna: sviluppo sostenibile, tutela dell’ambiente naturale e umano, conoscenza, storia, frequentazione, sicurezza.

Una associazione che sviluppi senso di appartenenza, che si basi il più possibile sul volontariato, che si adoperi comunque a soddisfare le richieste dei soci e dei non soci inerenti alla missione statutaria del Club.

Le nuove criticità

Il fatto stesso che ci si ponga la domanda sul CAI di domani, significa che è diffusa la convinzione che qualche cosa all’interno del sodalizio va migliorata.

Se negli ultimi anni si è esaurito l’aumento di iscrizioni al nostro club, non è però diminuito l’interesse per la montagna nei suoi vari aspetti.

Molte sono le cause della diminuzione della nostra capacità di attrazione verso gli appassionati di montagna. Alcune sono dovute a fattori sociali e culturali esterni al sodalizio:

  • sono nate e si sono sviluppate varie associazioni locali e “particolari” che si dedicano esclusivamente a diverse attività escursionistiche;
  • sono nate nuove figure professionali legate alle attività in montagna che “occupano” spazi storicamente nostri, anche nei rapporti con i giovani e le famiglie, con la scuola e le istituzioni pubbliche;
  • sono moltiplicate agenzie di organizzazione di viaggi di esplorazione, trekking e alpinismo alle quali ormai fanno riferimento anche molte sezioni del CAI;
  • sono moltiplicate le scuole di alpinismo, di trekking, le palestre di arrampicata sportiva al di fuori e spesso in concorrenza con quelle del CAI;
  • sono nate molte case editrici di guide di alpinismo, sci alpinismo, arrampicata escursionismo, oltre che siti web specializzati in concorrenza con l’attività divulgativa ed editoriale del CAI.

Potevamo attuare strategie più efficaci per intercettare queste diverse esigenze e realtà? Insomma, potevamo fare diversamente?

Il volontariato è un valore (spesso anche una esigenza), ma forse avremmo potuto cercare delle forme d’azione che ci permettessero di non perdere il contatto con moltissimi giovani e seguire, anche in modo critico ma senza pregiudizi, la continua evoluzione delle attività in montagna.

Negli stessi tempi all’interno delle sezioni del CAI si sono vissuti, e si vivono, questi problemi:

  • eccessiva burocratizzazione;
  • richieste sempre più professionali ai nostri titolati (che però professionisti non sono);
  • regolamenti sempre più stringenti che oltre che creare difficoltà in molte sezioni, pesano come una spada di Damocle sulla responsabilità di titolati e presidenti;
  • cronica lentezza nell’intercettare la domanda di nuove figure nell’ambito della montagna e dell’escursionismo e dare un possibile sbocco professionale a queste richieste, anche ai giovani del CAI, con rapporti chiari e forme da studiare.

Come conseguenza ciò ha portato a richieste di prestazioni, impegni e responsabilità sempre maggiori, limitando il coinvolgimento dei giovani, puntando sempre di più sui pensionati con il conseguente invecchiamento del quadro attivo all’interno del sodalizio.

Ciò che il CAI di domani dovrebbe fare

IL CAI. Il CAI di domani dovrebbe sviluppare modelli organizzativi più snelli, rapidi, meno burocratici e costosi, basati sul principio della sussidiarietà (soprattutto per gli organi tecnici), che abbiano come obiettivo principale quello di permettere alle Sezioni di svolgere il loro ruolo propositivo e attivo sul territorio.

Vanno confermate le prerogative della direzione nazionale del CAI per:

  • la definizione di “status” dei soci e determinazione dei diritti e dei doveri dei soci;
  • i rapporti politici (rapporti istituzionali nazionali e sovrannazionali);
  • le politiche culturali (linee guida per la tutela dell’ambiente e dei beni culturali, norme generali per la formazione dei titolati);
  • la comunicazione (pubblicazioni e web);
  • le funzioni organizzative (tesseramento, assicurazioni, strumenti informativi nazionali).

Mantenendo fermi i punti fondamentali, la struttura centrale del CAI dovrà essenzialmente emanare linee guida di facile interpretazione ed attuazione nelle varie realtà, poche ma forti, che permettano di essere applicate in modo uniforme ai livelli regionali e sezionali. Servono, cioè, regole e regolamenti semplificati, più consoni alle esigenze reali, recependo e cercando di codificare i corretti comportamenti di buon senso.

Sono oramai ineluttabili scelte per un più forte decentramento dell’assetto organizzativo e una riconsiderazione di quello economico finanziario, che tengano conto delle esigenze dei raggruppamenti regionali, dei nuovi oneri che le sezioni devono sostenere e dei servizi dei quali potrebbero avere bisogno.

A livello locale servono soprattutto maggiori fondi per la tutela dell’ambiente montano, per gli interventi nei sentieri e rifugi, che di fatto rappresentano un servizio pubblico, che è sempre più difficile da mantenere in efficienza, ordine e sicurezza.

Una grande attenzione va rivolta ai giovani per i quali il CAI, per competenza e qualità, deve ritornare ad essere un modello, recuperando il concetto di “montagna scuola di vita”, dove i giovani possano sperimentare gli alti valori della vita: rispetto delle regole condivise, cooperazione e reciproco aiuto, assunzione di responsabilità, senso leale della conquista e capacità di accettare anche le sconfitte.

Occorre dare un nuovo valore alla tessera CAI, che non va più vista solo per i suoi contenuti affettivi e romantici, ma anche per l’attrattiva di vantaggi concreti, con convenzioni e accordi che possono gratificare i soci e dare ossigeno alle casse sezionali permettendo di ampliare le attività. Un’azione che si può fare cercando di fare pesare e sfruttare la massa critica rappresentata dalle sezioni e dai soci CAI a tutti i livelli territoriali, nazionale, regionale, provinciale.

I GRUPPI REGIONALI. Il livello di direzione regionale, oltre ai normali rapporti istituzionali con le amministrazioni regionali, dovrà attrezzarsi sempre più come centro organizzativo e di coordinamento che faciliti i rapporti e le attività intersezionali, il confronto tra sezioni, il coordinamento degli organi tecnici e una formazione continua ed omogenea dei gruppi dirigenti, che favorisca e aiuti, quando richiesto, la formazione di aggregazioni tra sezioni e offra servizi (amministrativi e legali) onde cercare di liberare le sezioni da quelle problematiche burocratiche e tecniche che oberano i presidenti e i consigli sezionali. Perché non pensare un consorzio intersezionale di servizi?

LE SEZIONI. Le sezioni devono sempre di più “essere luogo dove si costruiscono idee e proposte per tutto il resto dell’Associazione”, e per questo si devono dare alle sezioni anche mezzi e luoghi dove poter esternare e condividere queste elaborazioni.

La sezione dovrà rimanere il nucleo organizzativo fondamentale e di riferimento sul territorio, tenendo conto che ogni sezione ha una propria peculiarità caratterizzata da vari aspetti: numero dei soci, collocazione geografica (nord, centro, sud ma anche montagna, pianura o città), caratteristiche dei gruppi dirigenti che variano e si modificano nel tempo.

La sezione deve diventare riferimento qualificato e visibile nell’ambito sociale e territoriale di riferimento, rompendo con l’autoreferenzialità e prestando maggior attenzione alle istanze della società. Si devono porre le basi per un confronto laico con i mutamenti nel mondo dell’alpinismo e dell’escursionismo esponendo le nostre ragioni, assorbendo le novità non in contrasto con la nostra missione, esplicitando chiaramente il nostro dissenso quando necessario.

Per questo si potrebbero istituzionalizzare (dove è possibile) assemblee periodiche dei presidenti sezionali a livello regionale con poteri di indirizzo. Così facendo almeno ogni tre/quattro mesi ci sarebbero dei momenti di confronto tra la base sociale insediata sul territorio (sezioni) e gli organismi dirigenti regionali e nazionali. Riunioni che potrebbero dare ai presidenti una maggiore possibilità di confronto e condivisione di idee e problemi e prospettare soluzioni per tutte le sezioni.

Importante deve essere il continuo ascolto/confronto con i soci e le istanze sociali di riferimento per esplicare al meglio la nostra funzione, stimolando una maggiore partecipazione che non sia solo assunzione di responsabilità.

Quindi, all’interno di un franco e aperto dibattito sulla sostenibilità e i limiti del volontariato, sul rapporto con il professionismo (dei soci e non) e sulle attività economiche con e senza fini di lucro, le conclusioni potranno portare ad applicazioni diverse nelle varie sezioni, nel pieno rispetto delle loro peculiarità.

Per poter lavorare bene le sezioni hanno bisogno di “servizi” tecnico-funzionali. Questi potrebbero essere erogati da strutture coordinate e convenzionate col CAI (a livello centrale, regionale o di coordinamento tra sezioni) o utilizzando delle strutture di riferimento opportunamente scelte (legali, amministrative, agenzie di viaggio, guide alpine, naturalistiche, ecc..).

Oltre all’organizzazione di corsi di alto contenuto tecnico, alle escursioni, ai trekking, ecc. si dovrà fare attenzione alla dimensione sociale e culturale offrendo proposte che puntino a vivacizzare la vita sezionale, senza escludere un’attività formativa e culturale rivolta anche ai non soci, ai giovani e alle scuole.

Considerando che i titolati sono una ricchezza della sezione e il titolo molto spesso una possibile gratificazione personale del socio volontario, si deve pensare ad una riorganizzazione dei processi di formazione dei titolati non più calata dall’alto, ma tenendo conto delle realtà ed delle esigenze sezionali. Si devono ridurre i tempi e le modalità formative ai vari livelli, sia semplificando i corsi che riducendo i costi, magari pensando – in specifici casi – a forme di accreditamento basate su titoli o processi di autoformazione per accedere agli esami finali.

Dove è possibile, si devono creare collaborazioni con le istituzioni e altre associazioni in modo da diventare un prezioso punto di riferimento per varie attività (ad esempio le sezioni numerose di città potranno organizzare escursioni, serate culturali, momenti di formazione dirette non solo ai propri soci, mentre quelle di montagna potrebbero impegnarsi con le amministrazioni locali per la promozione di turismo sostenibile sui loro territori).