Pare evidente che il vero tema del Congresso di Firenze è il CAI di domani. Il volontariato è solo un modo di proporsi alla propria Associazione, una scelta a cui improntare il proprio comportamento.

Ci pare inspiegabile e del tutto estraneo ai concreti temi del CAI del futuro, che i Gruppi di Lavoro del congresso abbiano posto come oggetto di dibattito il “volontariato”.

Ci sembra chiaramente prioritario che il contributo richiesto ai soci investa la nuova struttura del CAI del futuro, gli auspicati cambiamenti, una classe dirigente nuova preparata ed efficiente.

Il volontariato è un valore che appartiene alla nostra storia con mille varianti ma il tema del futuro è l’efficienza operativa.

Gli editoriali del Presidente Martini, sicuramente condivisibili negli intenti, invitano a progettare insieme il futuro, avvertono l’urgente bisogno di adeguarsi ai cambiamenti.

Esortazioni leggibili nell’ultimo editoriale di ottobre 2015 della nostra rivista.

Ma ci chiediamo: il folto e qualificato gruppo dei vertici del CAI si accorge adesso dell’esigenza di un cambiamento, del bisogno di rinnovare i viluppi burocratici che asfissiano tutte le operatività?

Nell’ambito della complessa area delle Scuole di alpinismo, dove sono finite le mozioni dei Congressi Nazionali degli Istruttori tenuti a Pordenone nel 2009, e poi nel 2011, nel 2012 e nel 2013, votate all’unanimità, sempre presenti i vertici di cui abbiamo già detto, con le quali si chiedeva come primi tangibili interventi, l’abolizione di regole eccessive e superflue, l’abolizione di procedure incomprensibili in un ambito tecnico, in sostanza la semplificazione delle nostre realtà operative e l’abolizione di un inaccettabile quanto inutile centralismo autoritario esteso, persino, a livello territoriale periferico?

Avevamo chiesto il riconoscimento del basilare e legittimo diritto di essere noi ad eleggere i componenti degli Organi Tecnici centrali e periferici e non dover più leggere “Essi sono eletti dal C.C.” (Art. 20 dello Statuto e Art. 32 del Regolamento Generale)

Non si è fatto nulla. Il diligente Direttore Andreina Maggiore nel maggio 2013 mi rassicurava che le mozioni erano in discussione al C.C.

Sappiamo bene che C.C. e C.D.C. sono oberati da gravosi impegni ma noi chiedevamo proprio un alleggerimento. Era sufficiente girarle all’Assemblea dei Delegati, organo competente a valutarle e a deliberare in tema di Statuto e Regolamento Generale. Sono passati cinque anni.

Le riproponiamo integralmente in questa sede.

A Firenze non accadrà nulla.

Una trasferta di due giorni con un programma che, fra i saluti delle Autorità politiche e del CAI e le relazioni già predisposte dai Gruppi di Lavoro, non lascerà spazio al Corpo Sociale, vale a dire a noi soci.

Quel poco che potrà emergere verrà passato ai prossimi vertici del CAI che verranno eletti dall’Assemblea dei Delegati del 2016.

E’ li che il Corpo Sociale, i delegati eletti nelle nostre Sezioni, dovranno intervenire con decisione iniziando la costruzione del rinnovamento.

Senza radicali interventi non ci sarà mai un “CAI di domani”.

Con questo stimolante auspicio proviamo a proporre qualche spunto concreto.

Ci sono delle valide ragioni perché il Club Alpino Italiano continui a essere un Ente di diritto pubblico?

Ricordo un ampio dibattito divulgato dalle pagine dello “Scarpone” nel 2009 con il quale i più autorevoli rappresentanti del CAI di allora, in primis il Presidente Salsa, auspicavano con entusiasmo e realismo il recupero dell’originaria identità di libera associazione. Il “CAI …. Privato subito!” scriveva Stefano Tirinzoni, e il Prof. Zanzi puntualizzava: “una scelta non solo conveniente ma financo necessaria”.

Istanze totalmente condivise dal Club Alpino Accademico - Presidente Giacomo Stefani - e dalle Guide alpine - Presidente Erminio Sertorelli.

Tutti percepivano l’esigenza di smantellare gli apparati burocratici.

Proponiamolo ora come una priorità.

Parliamo ora del volontariato e del volontariato delle Scuole e degli Istruttori di Alpinismo.

I profondi mutamenti del contesto sociale hanno messo in risalto l’esigenza di una elevata professionalità e di una progressiva specializzazione in ogni tipologia di prestazione e di servizi.

In questo ambito, il livello qualitativo del percorso formativo degli Istruttori titolati e dei Corsi svolti dalle Scuole di alpinismo, sci alpinismo e arrampicata è esemplare e non inferiore a quello delle Guide Alpine come comprovano oltre 60 anni di esperienza nota all’intero sodalizio.

Ma la società attuale, anche per una continua sollecitazione del sistema mediatico, privilegia un’assistenza qualificata solo se fornita da un “professionista” abilitato.

Nel mondo montagna, Guide Alpine e Maestri di sci.

Ma nel mondo montagna è in agguato il rischio di incidenti che possono causare la morte o lesioni agli alpinisti coinvolti.

Insorgono responsabilità penali e civili, obblighi risarcitori e problematiche assicurative.

La sentenza n. 12900 del 24/07/2012 della Corte di Cassazione Civile, riferimento per tutti i Giudici italiani, ha stabilito – come ben noto a tutti noi – che l’alpinismo è attività pericolosa, che il regime di volontariato non esime dalle responsabilità, che l’obbligo del risarcimento è ineludibile “se non c’è la prova di aver adottato tutte le misure idonee per evitare un danno”.

Va altresì considerato che la tutela della salute, dell’incolumità delle persone è diritto fondamentale di ogni individuo sancito dall’art. 32 della nostra Costituzione.

Non mi sembra ragionevole che Istruttori, Scuole e Dirigenti Sezionali siano esposti a questa tipologia di rischi. Una abilitazione professionale avallerebbe l’eccellente livello di preparazione già esistente e consentirebbe attività alternative di lavoro retribuito.

Nell’ambito UIAA (90 Associazioni Alpinistiche) non esiste un volontariato tecnico.

Non è questa la sede per discutere temi così complessi, ma, senz’altro, per proporli nell’auspicato rinnovamento del nostro sodalizio.

28 ottobre 2015

Giancarlo Del Zotto - Sezione di Pordenone - Past President della CNSASA