Quello che ho intenzione di dire, ha il solo intento di sollecitare una riflessione, provocatoria ma sincera, dalla quale spero possa nascere un dialogo fattivo, per costruire un Club Alpino Italiano in linea con i tempi, rivolto a possibili, auspicabili cambiamenti societari.

Sono riflessioni maturate nel corso degli anni di affezione al Sodalizio, durante i quali ho visto che per molti  era (ahimè) più importane l’apparire che l’essere.

Se diciamo che l’onestà intellettuale è importante, ebbene questa deve essere confermata e rafforzata dall’atteggiamento dei soci, o almeno da un numero significativo di essi, altrimenti che valore può avere?

Mi riferisco ai Titolati, Istruttori, Accompagnatori d’escursionismo, Accompagnatori di Alpinismo Giovanile ma soprattutto ai Dirigenti in generale, coloro che, proprio perché, front line con il corpo sociale, hanno il dovere di trasmettere la “passione” per i valori per i quali essi svolgono il loro compito associativo, valori che devono trovare conferma nella loro condotta e nei loro atteggiamenti .

Solo i valori vissuti con passione sono credibili e seducono ma questo fatto riguarda i Soci adulti, prima dei giovani.

Purtroppo oggi, sempre più spesso, tra i Soci iscritti da vecchia data o tra i soci Titolati mi pare ci sia vento di crisi.

Mi chiedo quale sia la forma migliore per assolvere il nostro mandato: siamo proprio convinti che sia sufficiente svolgere di routine l’impegno affidatoci, senza metterci passione, senza preoccuparci del fatto che comportamenti sbagliati dei dirigenti rischiano di riflettersi sul comportamento dei giovani, senza progetti di lungo respiro e senza una visione rivolta ai principi ideali del nostro Sodalizio?

Svolgere un compito può anche essere visto come un hobby per assolvere il quale forse non serve metterci passione, compito che “gratifica” la nostra immagine istituzionale, piuttosto che convincerci a lottare per un futuro diverso, ancorché migliore”.

Ho l’impressione che oggigiorno queste convinzioni facciano sempre più fatica a formarsi.

Come possiamo creare condizioni e premesse per far nascere valori e idee nuove che diventino legante e nuova linfa nel futuro del Sodalizio?

Sentirsi ed essere Club Alpino Italiano oggi significa anche non lasciarci espropriare della nostra storia, delle nostre tradizioni ma soprattutto delle competenze acquisite e riconosciute in tutti i 152 anni di vita del Sodalizio.

Serve una forte volontà condivisa, in grado di andare incontro a una rilettura più rispondente alle necessità del Club Alpino Italiano.

A cominciare dal chiarimento sull’opportunità di alcune regole, che negli anni ci siamo dati: sono effettivamente necessarie e indispensabili? O non sono invece un inutile appesantimento?

A mio avviso è l’ora delle azioni coraggiose di sfoltimento delle frange inutili, obsolete, non più adeguate, utilizzando, se necessario, soggetti giovani, già esistenti e maggiormente motivati.

È ora di abbattere i privilegi che rappresentano un retaggio del passato, che non hanno più ragione di esistere, per portare, non solo economia di spesa, ma anche uno “snellimento operativo”.

E ancora: è così vantaggioso e indispensabile rimanere Ente Pubblico, o forse non sia più opportuno orientare il Sodalizio verso il privato?

Le risorse economiche erogate dallo Stato si sono ridotte drasticamente e brancolano nell’insicurezza di un incerto futuro. Considerata la complicata lentezza e macchinosità dell’apparato pubblico, non è forse più produttivo camminare da soli come, da tempo, in parte, già stiamo facendo?

Non è forse prioritario, oggi, cercare il coinvolgimento dei giovani soci, (anagraficamente), e predisporre gruppi di lavoro, per disegnare insieme il futuro prossimo del Sodalizio?

Le proposte giovani ci sono, le possibili candidature anche, basta solo prestare loro maggiore attenzione ed essere disposti al cambiamento. Se poi questo non avverrà, vorrà dire che le mie riflessioni iniziali, provocatoriamente espresse, sono più che mai reali.